Tra sogno e realtà

Un inatteso atto di fiducia

Nessuno nel lontano 1979 si aspettava un gesto di tanta fiducia da parte dei Superiori verso i laici della Famiglia Salesiana. Eppure don Felice Rizzini, Ispettore dell’allora Ispettoria Centrale, non ebbe dubbi. Chiamò il delegato degli Exallievi e Cooperatori e gli buttò lì la proposta:

“A S. Giovanni di Riva presso Chieri c’è la Casa Natìa di S. Domenico Savio e l’annesso complesso agricolo dei Gastaldi, assai fatiscente e da anni non più in attività, da ristrutturare, e possibilmente gesstire come casa di spiritualità… L’Ispettoria è impegnata nel Progetto Africa e per il momento non può impegnarsi in altro. Noi pensiamo all’acquisto, voi – exallievi e cooperatori – pensate al resto… Datemi una risposta.

Poche parole come era nel suo stile. Da rimanere senza fiato. E poi, cosa voleva dire “tutto il resto”?

Ma don Rizzini non aveva dubbi. Sapeva che all’interno delle Associazioni c’era un gran buon fermento, c’era vivacità, persone capaci, entusiasmo visibile in tante altre iniziative di quegli anni.

Il delegato convocò i consigli direttivi.

“È un bell’atto di fiducia e di stima – incominciò a dire, non del tutto convinto – ora spetta a noi rispondere”.

Al silenzio seguì l’assenso, poi l’entusiasmo, poi i calcoli veloci dei costi e delle fonti da cui trarre i mezzi, poi… si fermarono a focalizzare bene scopi e finalità, modalità per dare continuità e sicurezza alla risposta che ormai si prospettava decisamente positiva.

È quanto fa per noi

Ma si trattava di camminare con i piedi per terra. Si costituì una piccola commissione di giovani e adulti. Si andò a vedere (quasi nessuno, infatti sapeva dell’esistenza della casa e della sua ubicazione). Era una giornata fredda di gennaio. Faticosamente si entrò nel casolare. A parte la Casetta di S. Domenico Savio, a ridosso della fattoria, che era ben tenuta da borghigiani, la casa agricola, semiabbandonata era in condizioni paurose. Una lunga e bassa stalla, mangiatoie consumante, selciato mezzo divelto, ragnatele dovunque. Un fienile sotto il tetto malandato, qualche ciuffo di paglia, grosse travi qua e là tarlate o imbiancate di calce. La casa dell’abitazione appariva meno disastrata: un piano terra per cucina, un primo piano con tre piccole camere antiche e poverissime, un solaio visibilmente rifugio di vari animali. Attorno un’aia ampia con sterpi ed erbacce, qualche albero spoglio. Tutto ci lasciò piuttosto delusi, certamente scettici e perplessi. Ma ci pensò la Provvidenza a dare il giro alla nostra delusione. Maurizio Chiabotto, cooperatore (ora già in Paradiso) esclamò:

È quanto fa per noi! Qui c’è da faticare, da sudare. La vita, anche per don Bosco, non fu mai facile. Dunque…

E tirò fuori la sua prima offerta che diventò il mattone che ci introdusse in un impegno che si fece via via entusiasmo, che allargò le porte a tanti benefattori.

Si cominciò così, sensibilizzando anzitutto la Famiglia Salesiana, amici, conoscenti, in Piemonte, in Italia, all’esterno.

Ben presto ci trovammo coinvolti in un “gruppone” di ragazzi e ragazze, mamme e papà, disposti a fare di tutto. Arrivarono intanto anche i primi soldi della Provvidenza: il sufficiente per iniziare.

L’Architetto Ferrante Marengo, amico vero, inserito da anni nella Unione degli Exallievi di Penando, tracciò la orima ipotesi di restauro, poi completò i progetti e gli esecutivi. Nell’autunno del 1981 il cantiere era aperto. E con l’Impresa i tanti volontari a fare da mano d’opera. Si voleva sistemare, per ora, solo la parte della abitazione.

Ad ogni fine settimana gli abitanti della borgata si abituarono, dapprima un po’ sorpresi, a vedere questo numeroso gruppo di giovani allegri e attivi. Ben presto la curiosità si trasformò in amicizia e in collaborazione. Una reciproca stima che dura tutt’oggi.

Nell’ottobre 1983 la prima parte era finita: una trasformazione che meravigliò tutti: potemmo celebrare la S. Messa dentro i locali, luminosi, vestiti di nuovo. Un ampio refettorio, una capace cucina con tutte le attrzzature, tre stanze al primo piano e altre tre al secondo, con i propri servizi nuovi, una capace mansarda, pavimenti nuovi e soffitti in perline alle quali pensarono – da Trento – fratelli, nipoti e cognato di don Emilio. Il nuovo Ispettore don Mario Colombo ne fu entusiasta al punto da definire questo gruppo tanto operoso come “il fiore all’occhiello”

I primi ospiti

A darci conferma dell’utilità di quanto stavamo facendo ci pensarono, prima ancora degli Italiani, gli Olandesi che per primi vennero a fare una settimana di spiritualità salesiana, e, nei mesi successivi, i ragazzi di Pfaffendorf con i loro animatori salesiani.

Il coraggio di continuare

C’era ancora tutta la fattoria da ristrutturare: un’impresa assai complessa e costosa. Li c’era tutto da rifare. Ma il successo delle prime fatiche portò alle stelle l’entusiasmo. L’Architetto, con intelligente intuito, previde una ristrutturazione che rispettasse l’immagine e lo stile proprio delle vecchie fattorie del chierese. La ricerca di mezzi, intanto, non si fermava. Si riprese con la ferma volontà di offrire a don Bosco nel centenario della sua morte (1988) l’opera compiuta e aperta alla accoglienza.

3 maggio 1987. È il giorno dell’inaugurazione

Proprio a ridosso della festa liturgica di S. Domenico Savio che ricorre il 6 maggio. Alla presenza di migliaia di persone, autorità civili e salesiane potevamo veramente dire che il sogno era diventato realtà. C’era davvero “La Casetta, Centro di spiritualità S. Domenico Savio.”

I locali ampi, luminosi, belli e completi di ogni mobilio; i giardini e i prati rimessi a nuovo, un verde campetto per il gioco, l’abitazione di S. Domenico Savio risanata e adornata, con la cappellina, l’esposizione dei un piccolo museo che ricordava l’attività del padre, quadri, documenti e testimonianze su Domenico Savio.

L’ oggi

Da allora la casa non ha mai smesso di funzionare. Sono migliaia i ragazzi che vi hanno trascorso qualche giorno, sui passi di S. Domenico Savio, dall’Italia e dall’estero. A gestirla è stata costituita una Associazione formata da membri laici della Famiglia Salesiana e da un sacerdote salesiani, con un presidente eletto e responsabile anche sotto l’aspetto civile. Non mancano difficoltà, come dappertutto. Ma una cosa ci consola, che la Provvidenza è volontà di tanti, la gratuità del servizio; forse per la fedeltà a mantenere vivo e operante il significato dell’opera.

Le finalità

Sono tre i motivi significativi di quest’opera:

  • Custodire con dignità e decoro la memoria di un luogo che diede i natali ad un Santo giovane;
  • Promuovere i messaggi di santità giovanile che qui ebbero inizio, rimuovendo il rischio che la casa si riduca ad un museo da visitare, o solamente ad un luogo dove pernottare;
  • Rispondere ad un appello urgente della Chiesa e della Congragazione, con l’assunzione di responsabilità dirette a piene da parte dei laici in un’opera di formazione.

Una eredità preziosa, crediamo, affidata non solo a coloro che ne furono i primi protagonisti ma ai rami vivi della Famiglia Salesiana operanti in Piemonte. Il tempo che scorre e inesorabilmente seppellisce memorie, non smorzi gli impegni e gli entusiasmi iniziali. Per don Bosco e per la Chiesa.